Avv. Harald Resch
Studio Legale Law Firm
Ricerca libera
29-07-2020
L`azione di rivendicazione quale azione fondamentale in difesa della proprietà
Probatio diabolica e attenuazione dell`onere probatorio

 

In sede civile, l’ordinamento giuridico tutela il diritto di proprietà attribuendo al suo titolare un diritto di azione. Le azioni poste a difesa delle ragioni della proprietà sono chiamate petitorie, contrapposte a quelle poste a tutela del possesso, chiamate possessorie.

Le azioni petitorie, tendenti ad accertare ed affermare la titolarità del diritto di proprietà contro turbative altrui sono quattro. Esse, previste nel codice civile al libro III, titolo II, capo IV, sono: l’azione di rivendicazione, l’azione negatoria, l’azione di regolamento di confini e l’azione per apposizione di termini.

L’azione di rivendicazione (dall’antico rei vindicatio), quale azione fondamentale in difesa della proprietà, è l’azione con cui il proprietario di un bene, mira a far accertare il suo diritto di proprietà sulla cosa posseduta o detenuta da altri e ad ottenere il possesso della cosa medesima. La funzione, pertanto, è quella di accertare la titolarità della proprietà e di recuperare il bene.

Infatti, a mente dell’art. 948 c.c.: “Il proprietario può rivendicare la cosa da chiunque la possiede o detiene e può proseguire l`esercizio dell`azione anche se costui, dopo la domanda, ha cessato, per fatto proprio, di possedere o detenere la cosa. In tal caso il convenuto è obbligato a ricuperarla per l`attore a proprie spese, o, in mancanza, a corrispondergliene il valore, oltre a risarcirgli il danno.

Il proprietario, se consegue direttamente dal nuovo possessore o detentore la restituzione della cosa, è tenuto a restituire al precedente possessore o detentore la somma ricevuta in luogo di essa.

L`azione di rivendicazione non si prescrive, salvi gli effetti dell`acquisto della proprietà da parte di altri per usucapione.”

Da ciò ne consegue che l’azione di rivendicazione è concessa a colui che si afferma proprietario di una cosa, che è posseduta o detenuta da altri e mira ad ottenere in giudizio l’accertamento del diritto di proprietà e l’inesistenza del diritto vantato dal convenuto, con conseguente condanna di quest’ultimo a restituire il bene all’attore.

In conformità alle regole generali di cui all’art. 2697 c.c., l’attore ha l’onere di fornire dimostrazione del suo diritto, pertanto, se l’acquisto non è a titolo originario, è tenuto a fornire prova del suo titolo d’acquisto e del titolo d’acquisto dei precedenti titolari, fino a giungere ad un acquisto a titolo originario.

Ecco, quindi, che la prova del diritto di proprietà risulta un tipico esempio di probatio diabolica.

Infatti, per fornire tale prova, come anzidetto, non è sufficiente esibire un titolo d’acquisto, ma è necessario dare dimostrazione che il dante causa aveva a sua volta un valido diritto, e così via, risalendo di proprietario in proprietario sino ad arrivare al primo titolo d’acquisto, che deve essere di regola originario (solo nell’eventualità che il bene conteso sia mobile non registrato, interviene, peraltro, l’istituto del “possesso vale titolo”).

Tuttavia, al riguardo la Suprema Corte di Cassazione Civile, Sez. VI, con l’ordinanza n. 5648/19 ha affermato che: «La necessità di dimostrare mediante la c.d. probatio diabolica la proprietà del bene rivendicato risalendo fino ad un acquisto a titolo originario, così come previsto per l’azione di cui all’art. 948 c.c., conosce una profonda attenuazione nel caso in cui il bene conteso tra il possessore e colui che asserisce esserne il proprietario provenga da un dante causa comune.»

In tal caso per chi agisce per rivendicare la proprietà esclusiva di un bene facente parte di un edificio, appartenuto originariamente ad un unico soggetto e poi venduto separatamente a più acquirenti, l’onere probatorio è profondamente attenuato, risultando assolto mediante produzione del titolo di acquisto e dalla dimostrazione dell’appartenenza del bene allo stesso dante causa del convenuto.

Infine, come risulta dalla norma, l`azione è imprescrittibile, vale a dire che chi ne ha diritto non può mai perdere la facoltà di esercitarla, salvi, tuttavia, gli effetti dell`usucapione.